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FORUM Leggi le opinioni raccolte Lui, quello, quell’altro, la zipr e la paura di morire - 26 maggio 08
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| Lui, quello, quell’altro, la zipr e la paura di morire - 26 maggio 08 |
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Dunque, vediamo. Gioacchino Francescutto, 67 anni a breve,
da San Giovanni di Casarsa, è stato un autorevole esponente del Psi della
Destra Tagliamento che, nel corso degli anni, ha via via ricoperto, fra le
altre, le cariche di consigliere comunale e sindaco di Casarsa, presidente
della Provincia di Pordenone, assessore regionale (arrivando financo a svolgere
funzioni vicarie in ambito regionale). Poi, coinvolto agli inizi degli anni ’90
in quelle che, per eufemia, soglion chiamarsi le “note vicende”, ha dovuto di
botto abbandonare la vita politica attiva, limitando in seguito il proprio
impegno all’adesione a Forza Italia, alla presenza nel Direttivo di quel
partito in loco e dandosi generosamente anima e corpo (soprattutto corpo)
all’amata bici (e godendosi, come altri, la non trascurabile pensione di tre
legislature da consigliere regionale).
Ora, invece, nel 2008, dopo quasi
quindici anni di pacifico buen retiro,
è stato riportato, novello Cincinnato, alla ribalta delle cronache locali dai
forzisti casarsesi con l’indicazione nel CdA della ZIPR, un ente che ha una sua
indubbia importanza, sia politica che economica. Dove presumibilmente ritroverà
alcuni vecchi colleghi degli anni “ruggenti”. A cominciare dal presidente
Campaner e dal vice Bortolussi. Campaner, Bortolussi e Francescutto: tre
signori in età che, per i rispettivi partiti di allora (Dc, Pci e Psi), hanno rivestito,
nei rispettivi Comuni (S.Vito, Valvasone e Casarsa), la dignità di sindaco
negli anni ’80, se non addirittura nei ’70. E che, sempre in quelle comunità,
sono stati prima o consiglieri comunali o assessori negli anni ’60.
Avete letto bene: anni ’60. Un
periodo di tempo così lontano - storicamente, culturalmente e socialmente - da
apparire quasi remoto. Tanto che, quando io (che son del 1958) guardo alla Tv
fiction, sceneggiati e special su quell’epoca, ho l’impressione di tornare
bambino, allorché, nel bianco e nero d’allora, assistevo (tra la “Nonna del
Corsaro Nero” e “Rin Tin Tin”) ai documentari sulla Prima Guerra Mondiale o
sulla Guerra di Libia.
Non ho personalmente nulla contro
questi signori e non ne faccio (da scoraggiato militante del Pd) una questione
politica: come si può ben vedere, si tratta di esperienze e storie assolutamente
bipartizan. Se poi vi sono dei partiti (Pd e Fi) che li reputano indispensabili, cos’altro si può dire? Niente.
Anzi, nella dialettica antropologica dell’agire pubblico italico - per cui si è
fessi se si rinuncia comunque a qualcosa e s’è furbi se s’acchiappa al volo l’occasione
- chissà, forse faranno anche bene (per amor di verità, c’è da dire che Roberto
Campaner aveva manifestato, anche per queste ragioni, la propria intenzione di
farsi da parte: disponibilità rigettata per non stravolgere una serie di
equilibri). E, in ogni caso, le spiegazioni (sempre che si degnino a concederle)
che darebbero i capataz di partito sarebbero che non si può rinunciare a
cotanta mole di esperienza e capacità (quando invece, molto più prosaicamente,
si tratta per lo più di debitucci elettorali da onorare; di ambizioni da
vellicare per personalità che si presumono in qualche modo ancora portanti; di
giovani lupacchiotti da tenere alla larga, ecc.). Non ne faccio nemmanco una
questione morale: non mi son mai piaciuti i fervorini col ditino alzato, neppure
quando, nella Sinistra, erano il pane quotidiano. Mi limito ad alcune
considerazioni di costume.
D’acchito, così, a livello di
pelle, questa notizia mi aveva procurato una subitanea ancorché effimera sensazione
di euforia: mi sono rivisto ragazzo, quando noi, poveri str…, muovevamo i primi
ingenui eppure esaltanti passi politici e questi signori, già adulti e navigati,
erano i primi cittadini nelle loro Comunità: insomma, un commovente tuffo di
giovinezza. Ma questa traccia epidermica s’è ben presto disvelata tale,
lasciando il posto ad una terragna condizione di malinconia, che ha partorito
mestamente altre riflessioni, molto più (appunto) terra terra, incentrate più
che altro sul concetto di buon gusto. Mi sono chiesto: è mai possibile, Santo
Dio, che non esista una moglie, un figlio, un amico, un prete, un consulente
geriatrico, un’amante che dica loro: “Basta,
basta: hai già dato (e avuto…)!” E che, prendendoli teneramente per mano e
facendoli sdraiare sul lettino, si sforzi di indagare con loro le cause di
questo singolare comportamento. Che è poi riconducibile ad un’unica, insopprimibile
ragione di fondo: la paura fottuta di crepare. Di morire: politicamente e
socialmente. E di morire comunque. Di non essere più. Una paura che tutti
abbiamo (Homo sum, nihil humani a me alienum
puto). Ma la stragrande maggioranza di noi, timorosi della morte ma anche
del ridicolo, non per questo chiede di essere infilato nel CdA di qualche ente
(od ovunque altro porti il venticello di questi anni deprimenti).
PIER PAOLO GUARINO
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