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Lui, quello, quell’altro, la zipr e la paura di morire - 26 maggio 08 PDF Stampa E-mail
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   E' notizia di questi giorni che gli organismi dirigenti casarsesi di Forza Italia hanno proposto il nome di Gioacchino Francescutto quale rappresentante dell’A.C. di centro-destra nel Consiglio di Amministrazione della ZIPR (Consorzio per la Zona Industriale Ponte Rosso). Una scelta che Angioletto Tubaro ratificherà come sindaco (cioè, come socio del Consorzio). E senza alcun problema. Anzi, consiglierei le eroiche opposizioni di desistere da qualsiasi azione di protesta e/o contestazione immaginando di già (in perfetto burocratese) l’immancabile replica: “Non esiste, alla luce delle vigenti disposizioni di legge e statutarie, alcuna norma che inibisca, ecc. ecc.”. Insomma: sarebbe fatica vana e sprecata. Del resto, qualcuno, con un pensiero forse un po’ troppo cinico, parlandone assieme mi ha citato (a livello puramente simbolico, per carità) le parole dell’Evangelista: Dimitte mortuos sepelire mortuos suos (Matth. 8, 22).

Dunque, vediamo. Gioacchino Francescutto, 67 anni a breve, da San Giovanni di Casarsa, è stato un autorevole esponente del Psi della Destra Tagliamento che, nel corso degli anni, ha via via ricoperto, fra le altre, le cariche di consigliere comunale e sindaco di Casarsa, presidente della Provincia di Pordenone, assessore regionale (arrivando financo a svolgere funzioni vicarie in ambito regionale). Poi, coinvolto agli inizi degli anni ’90 in quelle che, per eufemia, soglion chiamarsi le “note vicende”, ha dovuto di botto abbandonare la vita politica attiva, limitando in seguito il proprio impegno all’adesione a Forza Italia, alla presenza nel Direttivo di quel partito in loco e dandosi generosamente anima e corpo (soprattutto corpo) all’amata bici (e godendosi, come altri, la non trascurabile pensione di tre legislature da consigliere regionale).

Ora, invece, nel 2008, dopo quasi quindici anni di pacifico buen retiro, è stato riportato, novello Cincinnato, alla ribalta delle cronache locali dai forzisti casarsesi con l’indicazione nel CdA della ZIPR, un ente che ha una sua indubbia importanza, sia politica che economica. Dove presumibilmente ritroverà alcuni vecchi colleghi degli anni “ruggenti”. A cominciare dal presidente Campaner e dal vice Bortolussi. Campaner, Bortolussi e Francescutto: tre signori in età che, per i rispettivi partiti di allora (Dc, Pci e Psi), hanno rivestito, nei rispettivi Comuni (S.Vito, Valvasone e Casarsa), la dignità di sindaco negli anni ’80, se non addirittura nei ’70. E che, sempre in quelle comunità, sono stati prima o consiglieri comunali o assessori negli anni ’60.

Avete letto bene: anni ’60. Un periodo di tempo così lontano - storicamente, culturalmente e socialmente - da apparire quasi remoto. Tanto che, quando io (che son del 1958) guardo alla Tv fiction, sceneggiati e special su quell’epoca, ho l’impressione di tornare bambino, allorché, nel bianco e nero d’allora, assistevo (tra la “Nonna del Corsaro Nero” e “Rin Tin Tin”) ai documentari sulla Prima Guerra Mondiale o sulla Guerra di Libia.

Non ho personalmente nulla contro questi signori e non ne faccio (da scoraggiato militante del Pd) una questione politica: come si può ben vedere, si tratta di esperienze e storie assolutamente bipartizan. Se poi vi sono dei partiti (Pd e Fi) che li reputano indispensabili, cos’altro si può dire? Niente. Anzi, nella dialettica antropologica dell’agire pubblico italico - per cui si è fessi se si rinuncia comunque a qualcosa e s’è furbi se s’acchiappa al volo l’occasione - chissà, forse faranno anche bene (per amor di verità, c’è da dire che Roberto Campaner aveva manifestato, anche per queste ragioni, la propria intenzione di farsi da parte: disponibilità rigettata per non stravolgere una serie di equilibri). E, in ogni caso, le spiegazioni (sempre che si degnino a concederle) che darebbero i capataz di partito sarebbero che non si può rinunciare a cotanta mole di esperienza e capacità (quando invece, molto più prosaicamente, si tratta per lo più di debitucci elettorali da onorare; di ambizioni da vellicare per personalità che si presumono in qualche modo ancora portanti; di giovani lupacchiotti da tenere alla larga, ecc.). Non ne faccio nemmanco una questione morale: non mi son mai piaciuti i fervorini col ditino alzato, neppure quando, nella Sinistra, erano il pane quotidiano. Mi limito ad alcune considerazioni di costume.

D’acchito, così, a livello di pelle, questa notizia mi aveva procurato una subitanea ancorché effimera sensazione di euforia: mi sono rivisto ragazzo, quando noi, poveri str…, muovevamo i primi ingenui eppure esaltanti passi politici e questi signori, già adulti e navigati, erano i primi cittadini nelle loro Comunità: insomma, un commovente tuffo di giovinezza. Ma questa traccia epidermica s’è ben presto disvelata tale, lasciando il posto ad una terragna condizione di malinconia, che ha partorito mestamente altre riflessioni, molto più (appunto) terra terra, incentrate più che altro sul concetto di buon gusto. Mi sono chiesto: è mai possibile, Santo Dio, che non esista una moglie, un figlio, un amico, un prete, un consulente geriatrico, un’amante che dica loro: “Basta, basta: hai già dato (e avuto…)!” E che, prendendoli teneramente per mano e facendoli sdraiare sul lettino, si sforzi di indagare con loro le cause di questo singolare comportamento. Che è poi riconducibile ad un’unica, insopprimibile ragione di fondo: la paura fottuta di crepare. Di morire: politicamente e socialmente. E di morire comunque. Di non essere più. Una paura che tutti abbiamo (Homo sum, nihil humani a me alienum puto). Ma la stragrande maggioranza di noi, timorosi della morte ma anche del ridicolo, non per questo chiede di essere infilato nel CdA di qualche ente (od ovunque altro porti il venticello di questi anni deprimenti).

 

PIER PAOLO GUARINO

 

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