Stupri e immigrati - 15 dicembre PDF Stampa E-mail
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Istat: "Solo il 10% degli stupri è attribuibile agli immigrati"
Crolla uno stereotipo.

L'Istituto: «Fare i conti con le statistiche per attivare le politiche adeguate»

    Non più del 10% degli stupri commessi in Italia sono attribuibili a stranieri. Lo stima, sfatando così un luogo comune al centro delle cronache soprattutto nelle ultime settimane, l'Istat.

    Lo stereotipo dell’immigrato estraneo che compie violenza sulla donna italiana è quindi falso e può portare ad orientare in modo sbagliato le priorità e il tipo di politiche. Ne è convinta Linda Laura Sabbadini, direttore centrale per le indagini su condizione e qualità della vita dell’Istat che, nel suo intervento al «Global Forum on gender statistics», organizzato dall’Istituto di statistica in collaborazione con il Dipartimento delle Pari Opportunità, il ministero degli Esteri e della Banca Mondiale, ha ribadito come la violenza contro le donne sia «invisibile nella maggior parte dei Paesi».

    «Le statistiche giudiziarie -ha spiegato Sabbadini- ne registrano solo una porzione piccolissima, perchè le donne non la denunciano. Ciò porta a forti distorsioni nell’immaginario collettivo su cosa è oggi la violenza contro le donne. In Italia per esempio -ha ribadito Sabbadini- lo stereotipo dell’immigrato, estraneo, non conosciuto che violenta la donna italiana impera, ma non è questa la violenza maggioritaria contro le donne italiane».

    «Se si considerano gli stupri avvenuti in Italia -ha ricordato, cifre alla mano, Sabbadini- il 69% sono opera dei partner, mariti o fidanzati, solo il 6% di estranei. Se anche considerassimo che di questi autori estranei il 50% sono immigrati, ciò vorrebbe dire che si arriverebbe al 3% degli stupri, se anche ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri opera di stranieri. E invece l’immagine è di stupri per le strade ad opera di immigrati. Non fare i conti con le statistiche esistenti nel Paese può portare ad orientare in modo errato le priorità e il tipo di politiche».

Fonte: La Stampa - 10 dicembre 

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