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Caso Previti - 12 agosto PDF Stampa E-mail

Si amplia la nostra nuova rubrica "Politicate", con la presentazione di un altro noto caso politico italiano. Buona lettura.

Cesare Previti, avvocato e politico italiano, pregiudicato, è stato fino al 31 luglio 2007 uno dei numerosi parlamentari che hanno subìto condanne penali in via definitiva. Attualmente si trova agli arresti domiciliari.

Proclamato deputato della Repubblica Italiana il 21 aprile 2006 in seguito alla sua elezione nella circoscrizione XV (Lazio 1) per Forza Italia. Il 31 luglio del 2007, la Camera dei Deputati ha accettato le sue dimissioni, presentate in extremis per evitare la decadenza del mandato in seguito alla condanna per il processo IMI-SIR.

Cesare all'ultimo atto. Storia di due sentenze comprate (di Marco Travaglio)

La sentenza del 1991 che annullò il Lodo Mondadori era comprata. Da 17 anni, dunque, Berlusconi - soi disant «uomo che s'è fatto da sé» - possiede abusivamente una casa editrice, con i suoi libri e i suoi settimanali (tra i quali Panorama e il defunto Epo­ca), che ha utilizzato finanziariamente per accumulare utili e politicamente, prima per sostenere i suoi padrini (Craxi in primis), poi per costruire il consen­so necessario alla sua «discesa in cam­po», ai suoi due governi e alle sue quat­tro campagne elettorali. Ecco la storia.

IL LODO. Nel 1988 Berlusconi, che già da tempo ha messo un piede nella casa editrice rilevando le azioni di Leo­nardo Mondadori, annuncia: «Non vo­glio restare sul sedile posteriore». De Be­nedetti, che controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all'assalto e si ac­corda con la famiglia Formenton, erede di Arnaldo, che s'impegna a vendergli il suo pacchetto azionario entro il 30 gennaio '91. Ma gli eredi cambiano idea e, nel novembre '89, fanno blocco con Berlusconi che, il 25 gennaio 1990, si insedia alla presidenza della casa editrice.

Oltre a tre tv e al Giornale, dunque, il Cavaliere s'impossessa del gruppo edi­toriale che controlla Repubblica, Pano­rama, Espresso, Epoca e i 15 giornali lo­cali Finegil, spostandolo dal campo anticraxiano a quello filocraxiano. La "guerra di Segrate", per unanime de­cisione dei contendenti, finisce dinanzi a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cas­sazione. Il lodo arbitrale, il 20 giugno '90, dà ragione a De Benedetti. Il suo patto con i Formenton resta valido, le azioni Mondadori devono tornare al­l'Ingegnere. Berlusconi lascia la presi­denza, arrivano i manager della Cir debenedettiana: Carlo Caracciolo, Antonio Coppi e Corrado Passera. Ma il Cavaliere rovescia il tavolo e, in­sieme ai Formenton, impugna il lodo alla Corte d'appello di Roma. Se ne oc­cupa la I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (secondo Stefania Ariosto, frequentatore di casa Previti). Giudice relatore ed estensore della sen­tenza: Vittorio Metta, anch'egli intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio '91. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza vie­ne resa pubblica: annullato il Lodo, la Mondadori torna per sempre a Berlu­sconi. L'Ingegnere lo sapeva già: un mese prima il presidente della Consob, l'andreottiano Bruno Pazzi, aveva pre­annunciato la sconfitta al suo legale Vittorio Ripa di Meana. «Correva voce - testimonierà De Benedetti - che la sen­tenza era stata scritta a macchina nel­lo studio dell'avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi... Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Ce­sare Previti, come persona vicina a Ber­lusconi e notoriamente molto introdot­ta negli uffici giudiziari romani». Nonostante il trionfo, comunque, Ber­lusconi non riesce a portare a casa l'in­tera torta. I direttori e molti giornalisti di Repubblica, Espresso e Panorama si ribellano ai nuovi padroni. Giulio Andreotti, allarmato dallo strapotere di Craxi sull'editoria, impone una transa­zione nell'ufficio del suo amico Giuseppe Ciarrapico: Repubblica, Espresso e i giornali Finegil tornano al gruppo Caracciolo-De Benedetti. Panorama, Epoca e il resto della Mondadori riman­gono alla Fininvest.

I SOLDI. Indagando dal 1995 sulle ri­velazioni di Stefania Ariosto sulle maz­zette di Previti ad alcuni giudici roma­ni, il pool di Milano scopre il fiume di denaro che dalla Fininvest affluì sui conti esteri degli avvocati della Finin­vest e da questi, in contanti, nelle mani del giudice Metta. Il 14 febbraio '91 dalle casse della All Iberian parte un bo­nifico di 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) al conto Mercier di Previti. Da questo, il 26 febbraio, altro bonifico di 1 miliardo e mezzo (metà della provvi­sta) al conto Careliza Trade di Acam­pora. Questi il 1° ottobre bonifica 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto Pa­voncella di Pacifico. Il quale preleva 400 milioni in contanti il 15 e il 17 ot­tobre, e li fa recapitare in Italia a un mi­sterioso destinatario: secondo l'accusa, è Vittorio Metta. Il giudice, nei mesi successivi, fa diverse spese (tra cui l'ac­quisto e la ristrutturazione di un appar­tamento per la figlia Sabrina e l'acqui­sto di una nuova auto Bmw) soprattut­to con denaro contante di provenienza imprecisata (circa 400 milioni). Poi si dimette dalla magistratura, diventa av­vocato e va a lavorare con la figlia Sa­brina nello studio Previti. A proposito di quei 3 miliardi Fininvest, Previti parla di «tranquillissime parcelle», ma non riesce a documentare nemmeno uno straccio di incarico professionale in quel periodo. Mentono anche Pacifi­co e Acampora. E così Metta che, sulla provenienza dell'improvvisa, abbon­dante liquidità (per esempio, un'eredi­tà), viene regolarmente smentito dai fatti. Poi giura di aver conosciuto Previ­ti solo nel '94, ma mente ancora: i pm Boccassini e Colombo scoprono telefo­nate fra i due già nel 1992-93. Poi ci so­no le modalità a dir poco stravaganti della sentenza Mondadori: dai registri della Corte d'appello emerge che Metta depositò la motivazione (168 pagine) il 15 gennaio '91: il giorno dopo della camera di consiglio. Un'impresa mai riu­scita a un giudice, né tantomeno a lui, che impiegava 2-3 mesi per sentenze molto più brevi. Evidente che quella era stata scritta prima che la Corte decides­se.

IL PROCESSO. Nel 1999 il pool chie­de il rinvio a giudizio per Berlusconi, Previti, Metta, Acampora, Pacifico. Nel 2000 il gup li proscioglie tutti con formula dubitativa (comma 2 ari. 530 cpp). Ma nel 2001 la Corte d'appello, accogliendo il ricorso della Procura, li rinvia a giudizio, tranne Berlusconi, ap­pena tornato a Palazzo Chigi e salvato dalla prescrizione: a lui i giudici accor­dano le attenuanti generiche. Perché a lui sì e agli altri no? Per «le attuali con­dizioni di vita individuale e sociale il cui oggettivo di per sé giustifica l'applicazione» delle attenuanti. La Cassazio­ne conferma: il Cavaliere non è inno­cente, anzi è «ragionevole» e «logico» che il mandante della tangente a Metta fosse proprio lui. Ma un semplice fatto tecnico come le attenuanti prevalenti «per la condotta di vita successiva all'ipotizzato delitto». Anziché rinuncia­re alle generiche per essere assolto nel merito, Berlusconi prende e porta a ca­sa. E fa bene: gli altri coimputati, sen­za le attenuanti, saranno tutti condan­nati. In primo grado, nel 2003, Metta si prende 13 anni, Previti e Pacifico 11 anni sia per Mondadori sia per Imi-Sir, e Acampora (per la sola Mondadorì) 5 anni e 6 mesi. Nel 2005, in appello, tutti condannati per Imi-Sir e tutti assolti (sempre col comma 2 dell'ari. 530) per Mondadori. Ma nel 2006 la Cassazio­ne annulla le assoluzioni e ordina alla Corte d'appello di condannare anche per Mondadori. La qual cosa accade nel febbraio 2007: Previti, Pacifico e Acampora si vedono aumentare la pe­na di un altro anno e 6 mesi e Metta di 1 anno e 9 mesi, in «continuazione» con le condanne ormai definitive per Imi-Sir. Scrivono i giudici che la senten­za Mondadori fu «stilata prima della camera di consiglio», «dattiloscritta presso terzi estranei sconosciuti» e al di «fuori degli ambienti istituzionali». Tant'è che al processo ne sono emerse «copie diverse dall'originale». Berlusco­ni era all'oscuro dell'attività corruttiva del suo avvocato-faccendiere (che ufficialmente non difendeva la Fininvest nella causa, seguita dagli avvocati Mez­zanotte Vaccarella e Dotti)? Nemme­no per sogno: il Cavaliere - scrivono i giudici - aveva «la piena consapevolez­za che la sentenza era stata oggetto di mercimonio». Del resto, «la retribuzione del giudice corrotto è fatta nell'inte­resse e su incarico del corruttore», cioè di Berlusconi. E «l'episodio delittuoso si svolse all'interno della cosiddetta "guerra di Segrate", combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione e si deve tener conto dei conseguenti interessi in gioco, rilevanti non solo sotto un profilo meramente economico, comunque ingente, ma anche sotto quello prettamente sociale del­la proprietà e dell'acquisizione dei mez­zi di informazione di tale diffusione». La Corte riconosce infine alla parte civi­le Cir di De Benedetti il diritto ai danni morali e patrimoniali, da quantificare in separata sede civile: «tanto il danno emergente quanto il lucro cessante, sot­to una molteplicità di profili relativi non solo ai costi effettivi di cessione del­la Mondadori, ma anche ai riflessi del­la vicenda sul mercato dei titoli azionari». Ora che la sentenza è definitiva, e che Previti si è visto revocare l'affida­mento ai servizi sociali per il "regime" dei domiciliari la Cir con gli avvocati Pisapia e Rubini chiederà 1 miliardo di euro di danni.

In pratica, 17 anni dopo, la restituzio­ne del maltolto.

MARCO TRAVAGLIO

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